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Seminario 2 Ottobre 2020

Il senso del gruppo è raccontarsi il codice del vento e navigare insieme per il mare aperto.

Un’attenzione alla psicoterapia di gruppo si pone come risorsa possibile in una società dove le persone, pur essendo vicine fisicamente non riescono a stare veramente in relazione.
Il gruppo rappresenta uno strumento di elaborazione non solo di traumi individuali e traumi collettivi, di risorse e potenziali gioie criptate nella corazza caratteriale, per raccontare le parti nascoste dell’io, che consciamente o inconsciamente, hanno bisogno di rivelarsi rispecchiandosi nell’altro da sé. Il gruppo d’incontro è un grande attivatore di cambiamento ma ha anche la funzione di veri¬ficatore dei blocchi caratteriali che resistono ai possibili mutamenti e, talvolta, alle psicoterapie individuali.

Dettagli del seminario

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Come Cristalli – Libro scritto da nostre ex allieve

Come Cristalli

Cinque casi clinici, cinque storie di vita. Diverse, ma unite dalla visione terapeutica delle autrici di questo percorso, psicologhe e psicoterapeute ad approccio umanistico e bioenergetico. Entriamo con loro nella stanza della terapia, per cogliere il valore intrinseco della trasformazione che può avvenire in ognuno di noi. Lo sguardo è quello di cinque donne, cinque professioniste, che pur condividendo lo stile e lo strumento attraverso il quale guardano il paziente, conservano ciascuna il proprio personale punto di vista indispensabile per lavorare con autenticità.

 

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Psicodinamica del gruppo d’incontro. La maratona del Drammautogeno

Esiste un corso di laurea e un esame di abilitazione per fare gli psicologi, una specializzazione per esercitare la professione di psicoterapeuta, ma manca una abilitazione specifica per conduttori e psicoterapeuti di gruppo d’incontro, che è un’attività molto più complessa. Un’attenzione alla psicoterapia di gruppo si pone, comunque, come risorsa possibile in una società dove le persone, pur essendo vicine sicamente non riescono a stare veramente in relazione. Questo libro è un percorso complesso dove ognuno (come psicologo, ma soprattutto come persona), può cercare e trovare le  la e i collegamenti, razionali ed emozionali, dell’intersoggettività nei gruppi, in una modalità esplorativa tipica di chi percepisce un labirinto, tra ansia, illusione, sorpresa, curiosità, per trovare la via d’uscita: se stesso.

Guarda la copertina del libro di Antonio Lo Iacono Psicodinamica dei gruppi di incontro Lo Iacono

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La formazione degli adulti nella prospettiva umanistica

Con il termine “formazione degli adulti” si intendono sia le attività di istruzione e formazione permanente rivolte a tutti i cittadini sia le attività di formazione continua. In particolare, le attività di istruzione permanente implicano l’acquisizione di competenze di base generali mentre la vera e propria formazione permanente rimanda a competenze pre-professionalizzanti maggiormente connesse al mondo del lavoro per l’inserimento professionale nella società della conoscenza. Con il termine di formazione continua ci si riferisce più specificatamente alla formazione sul lavoro e quindi la riqualificazione professionale e l’attività di aggiornamento del lavoratore. In questo ambito rientra la formazione degli occupati che abbia carattere di sviluppo e completamento (aggiornamento e perfezionamento) di competenze professionali già acquisite. Si tratta quindi di attività formative rivolte ai soggetti adulti, occupati o disoccupati, al fine di adeguarne o di svilupparne conoscenze e competenze professionali, in stretta connessione con l’innovazione tecnologica ed organizzativa del processo produttivo e in relazione ai mutamenti del mondo del lavoro.

Da molti anni ormai anche l’Unione Europea ha messo l’accento sul tema della formazione continua: basta ricordare il Programma di Apprendimento Permanente, finanziato e promosso dalle istituzioni comunitarie, che attraverso le diverse azioni in cui si è sviluppato (Comenius, Erasmus, Leonardo e Grundtvig) ha cercato di favorire un’idea di formazione rivolta a tutte le fasi della vita. Il Programma si pone importanti obiettivi, quali ad esempio: contribuire allo sviluppo di un apprendimento permanente di qualità; rafforzare il contributo della formazione continua alla coesione sociale, alla cittadinanza attiva e alla realizzazione personale; contribuire a promuovere la creatività, la competitività, l’occupabilità e lo sviluppo di uno spirito imprenditoriale; contribuire a una maggiore partecipazione di persone di tutte le età alla formazione continua.

Rilevanti contributi sulla teoria dell’apprendimento provengono, come è noto, dallo sviluppo del pensiero psicologico del Novecento: in particolare si mette in evidenza il ruolo della psicologia umanistica di Maslow, Rogers e Lewin che inaugurano una visione dell’umano nella sua centralità individuale/personale, reagendo da un lato all’accentuazione dell’elemento istintuale tipico della psicanalisi freudiana e dall’altro alla predominanza del ruolo del comportamento esteriore caratteristica del behaviorismo.

La psicologia umanistica ha orientato una prospettiva dell’educazione degli adulti in cui sono centrali le nozioni di “accoglienza” dell’ambiente, prontezza a contenere e a valorizzare l’affettivo nei discenti, ad affrontare aspetti per loro significativi dal punto di vista emotivo ed esistenziale.

Nella prospettiva di Rogers i temi della motivazione e dell’autorealizzazione già promossi da Maslow assumono una curvatura più educativo/didattica. Egli parla di «apprendimento esperienziale», per definire quelle caratteristiche che concorrono a delineare un processo non neutro, né asettico, ma che comprende una forma di “dolore”, in quanto intacca certezze intellettuali e valoriali acquisite, e comporta una fatica mentale ed emotiva, data dallo sforzo di separarsi dall’inerzia delle cognizioni già possedute.

In seno alla psicologia umanistica e a quelle che potrebbero definirsi sue applicazioni educative nasce un orientamento segnatamente cooperativo, nel quale si promuove una formazione degli adulti nel gruppo e attraverso di esso, nella quale, cioè, l’apprendimento è massimizzato dal fatto che ciascun componente contribuisce con le sue prerogative al raggiungimento di un obiettivo comune. All’interno di questo stesso ambito l’indirizzo umanistico mantiene il focus sulla persona singola e sui benefici che essa può trarre dalla cooperazione.

Anche per quanto riguarda una professione così delicata e rilevante per il benessere delle persone, quale quella degli psicologi, si è assistito ad una crescente attenzione rispetto alla tematica dell’educazione permanente, testimoniata dall’approvazione nel 2013 del “Regolamento sulla Formazione Continua in Psicologia” da parte del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi. Il Regolamento cerca di promuovere un modello di formazione permanente molto più vicino alle specificità di questa professione, attribuendo valore formale di aggiornamento a: corsi di formazione, master, seminari e convegni, intervisione o supervisione in gruppo fra pari, sviluppo di nuove competenze attraverso l’attività professionale, lezioni o interventi come relatore in convegni o corsi, contratti di insegnamento con istituti e università, pubblicazione di libri o articoli, studio e aggiornamento in autonomia.

E’ proprio in quest’ottica che molte Scuole di Specializzazione in Psicoterapia o altri Istituti propongono numerose iniziative, che diventano preziose occasioni di approfondimento, supervisione e formazione continua, rivolte a psicoterapeuti.

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Il gioco e il disturbo da gioco d’azzardo

Il gioco è una costante del comportamento dell’essere umano che accomuna il bambino e l’adulto. Libero, ma vincolato dalle proprie regole, il gioco è uno spazio a sé, separato dalla realtà comune.

Il grande numero e le varie tipologie di gioco, fanno sì che risulti difficile una loro classificazione secondo un principio che li suddivida in un numero di categorie ben definito. Caillois (1958) attraverso una riflessione che riunisce osservazioni etologiche, filosofiche e pedagogiche propone una storica classificazione dei giochi in quattro macro categorie:

–       giochi di agon (competizione): giochi in cui si sfida un avversario sfruttando le proprie abilità;

–       giochi di mimicry (imitazione): giochi di travestimento e di fantasia, il soggetto gioca a credere o a far credere di essere qualcun’altro;

–       giochi di alea (rischio): giochi in cui si sfida il destino e in cui il caso è il solo artefice della vittoria;

–       giochi di ilinix (vertigine): giochi che si basano sulla ricerca di vertigini;

In inglese esistono due parole che traducono il termine italiano gioco: play e gambling. Questi due termini sono associati a due concetti ben diversi: play si riferisce ad un gioco dove ci sono regole ben precise e dove le abilità del giocatore sono di primaria importanza per l’esito del gioco stesso; gambling, invece, si riferisce ad una modalità di gioco in cui è implicito il rischio, in genere con riferimento al denaro, e viene tradotto con gioco d’azzardo. Il gioco d’azzardo si inserisce nella categoria dei giochi di alea, in quanto l’esito del gioco si basa sulla sorte piuttosto che sulle abilità del giocatore.

Un gioco per essere definito gioco d’azzardo deve soddisfare tre condizioni:

  • L’esito del gioco deve essere affidato completamente al caso;
  • Il giocatore deve mettere in palio del denaro una posta o qualche cosa di valore;
  • Il capitale impegnato non può più essere restituito al giocatore (irreversibilità della scommessa) (Ladouceur, Sylvain & Boutin, 2003);

Disturbo da gioco d’azzardo (DGA) è la diagnosi inserita nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 5 (DSM-5; American Psychiatric Association, 2012). Precisamente è inserito nella categoria disturbi da dipendenza. Questo ha segnato un grande cambiamento rispetto alla versione precedente (DSM-IV-TR) dove veniva posto all’interno dei disturbi del controllo degli impulsi. Questo disturbo presenta infatti notevoli analogie con entrambi i raggruppamenti.

Il disturbo da gioco d’azzardo si configura come un problema caratterizzato da una graduale perdita della capacità di autolimitare il proprio comportamento di gioco, che finisce per assorbire sempre più tempo quotidiano. La patologia non si sviluppa in maniera repentina, anzi il passaggio che conduce il giocatore sociale a diventare giocatore problematico e successivamente dipendente sembra lento e subdolo. Sono poche, infatti, le persone che fin dall’inizio sviluppano un comportamento patologico. Custer (1982) ha elaborato uno schema che può aiutare a comprendere meglio l’evoluzione della carriera del giocatore:

  • Fase vincente: in cui si gioca soprattutto per passare il tempo e divertirsi, è caratterizzata da gioco occasionale, praticato prevalentemente in compagnia di amici e familiari. È questa la fase in cui solitamente il giocatore vince spesso e si convince di essere più abile degli altri. A questo punto il gioco si fa più frequente, aumenta anche l’ammontare delle scommesse e di solito si verifica una grossa vincita. Il giocatore è sicuro di poter tranquillamente controllare il gioco ed evitare eventuali conseguenze negative;
  • Fase perdente: il giocatore inizia a perdere e attribuisce la colpa di ciò ad un periodo particolarmente sfortunato, è continuamente alla ricerca di una grande vincita, quindi, torna frequentemente a scommettere nel tentativo di recuperare il denaro perso in precedenza (chasing). In questo periodo il giocatore inizia ad avere bisogno di più denaro, quindi inizia a chiedere prestiti ad amici e familiari, spesso mentendo sulle motivazioni della richiesta. Il giocatore continua a giocare, scommettendo sempre più pesantemente, fino a perdere il controllo di sé e della situazione;
  • Fase della disperazione: il giocatore ha completamente perso il controllo, è sempre più esausto fisicamente e psicologicamente e può ricorrere ad attività illegali. Il giocatore si allontana dalla famiglia e dagli amici e investe sempre più tempo e denaro nel gioco;
  • Fase della perdita di speranza: il giocatore prova sentimenti di panico e di estrema angoscia, che cerca di placare giocando. Questa fase può essere caratterizzata da crisi coniugali, divorzio, problemi con la giustizia ecc.. Il giocatore solo dopo aver toccato il fondo cerca di uscirne con l’aiuto di persone esterne;
  • Fase critica: ha inizio nel momento in cui il giocatore patologico decide di formulare una richiesta d’aiuto per risolvere la sua situazione. Questa fase si articola in otto tappe: 1 – sincero desiderio d’aiuto, 2 – speranza, 3 – smettere di giocare, 4 – prendere decisioni, 5 – chiarirsi le idee, 6 – riprendere a lavorare, 7 – trovare una risoluzione ai problemi, 8 – realizzare programmi di risarcimento;
  • Fase della ricostruzione: rappresenta il momento intermedio della terapia, é costituita da sei fasi: 1 – miglioramento nei rapporti familiari, 2 – ritorno al rispetto di sé, 3 – progettazione di nuovi obiettivi, 4 – trascorrere maggior tempo con la famiglia, 5 – maggiore serenità, 6 – minore impazienza;
  • Fase della crescita: è il terzo e ultimo stadio della riabilitazione del giocatore. Questa fase si divide in quattro tappe principali: 1 – diminuire preoccupazione legata al gioco, 2 – migliorare capacità di auto analisi, 3 – cercare di comprendere meglio gli altri, 4 – mostrare affetto nei confronti degli altri;

A queste fasi Rosenthal (1987) ne ha aggiunta una, la fase senza speranza o della resa, che riguarda quanti non riescono a proseguire nel percorso che conduce al superamento della condotta di gioco patologico. Questi giocatori continuano a giocare, ma non si illudono più di poter vincere grandi somme, giocano con trascuratezza e il loro unico obiettivo è quello di sentirsi attivi.

In conclusione appare necessario sottolineare che negli ultimi anni è stata rivolta un’attenzione maggiore alla problematica del disturbo da gioco d’azzardo, tuttavia maggiori sforzi dovrebbero essere fatti per limitare gli enormi danni che il gioco d’azzardo sta creando a molte famiglie e di conseguenza all’intera società. In particolare uno degli obiettivi che dovrebbe essere raggiunto nel futuro prossimo è quello di aumentare l’efficacia delle campagne di prevenzione e di informazione, evitando sopratutto che si trasformino da strumenti di prevenzione a strumenti pubblicitari.

 

Bibbliografia

American Psychiatric Association (2000). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 4° edition, Text Revision (DSM-IV-TR).Washington D.C..

American Psychiatric Association (2012). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders 5 (DSM-5).  Washington, DC..

Caillois, R. (1981). I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine (L., Guarino, Trans.) Milano: Bompiani. (Original work published 1958).

Custer, R. (1982). An overview of compulsive gambling. In P.A., Caron, S.F., Yolles, & S.N., Kieffen (Eds.) (1982). Addictive disorder update: Alcoholism, drug, abuse, gambling (pp. 107-124). New York: Human Science Press.

Ladouceur, R., Sylvain, C. & Boutin, C. (2003). La psicoterapia cognitivo comportamentale nel gioco d’azzardo. Discussione di un caso. In M.,Croce, & R.,Zerbetto (Eds.) (2006). Il gioco e l’azzardo. Il fenomeno la clinica e le possibilità di intervento. Franco Angeli.

Rosenthal, R.J. (1987). The psychodynamics of pathological gambling: a review of the litterature. In T., Galski, & C., Charles (Eds.) (1987). The handbook of pathological gambling (pp. 41-70). Springfield Illinois: Thomas.

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La complessità della perdita nel lutto perinatale

Con il termine lutto, in psicologia, si fa riferimento ad un processo accompagnato da reazioni psicologiche e comportamentali conseguenti ad una perdita, reale o percepita. La parola perinatale significa letteralmente “intorno alla nascita”, pertanto l’espressione indica la perdita di un figlio che avviene tra la ventisettesima settimana di gestazione e il primo mese di vita del bambino. Nell’immaginario collettivo, la gravidanza, è associata a delle immagini positive rispetto alla “dolce attesa”, che hanno tutte a che fare con la vita, eppure, esiste una realtà molto spesso taciuta di gravidanze il cui esito provoca effetti drammatici nella vita della futura coppia genitoriale. Molte volte sembra difficile comprendere come sia possibile che la morte di un bambino non ancora nato, vissuto così poco, possa lasciare un vuoto tanto grande. Tale difficoltà nell’elaborazione del lutto sta nel fatto che si tratta della morte di qualcuno che non è nato e ciò, di per sé, rappresenta una contraddizione. La perdita di un figlio rappresenta una delle esperienze più traumatiche nella vita di un uomo, un’esperienza mentalmente e fisicamente devastante, poiché mette in crisi la visione della propria vita, le relazioni affettive e l’immagine di sé. L’effetto è l’impossibilità di andare avanti.

Ricordiamoci che il lutto è l’insieme delle reazioni provocate dalla morte in coloro che rimangono. Freud già nel 1915 scriveva “Propriamente il lutto è una reazione alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto” (Freud, 1976, pag. 102). Nella morte perinatale il concetto di bambino ideale ha una parte fondamentale. Una mamma diventa tale quando vede il test di gravidanza positivo ed è in quel momento che la mente inizia una serie di pensieri e immaginazioni che porteranno i genitori a vedere il proprio figlio in varie fasi della sua/loro vita.  La perdita prenatale è un’esperienza traumatica di grave entità, che può determinare nella coppia un alto rischio di insorgenza di lutto complicato o di sviluppare un disturbo psichiatrico. Infatti, le coppie in lutto vivono una enorme rottura esistenziale, poiché si interrompe il processo di identificazione personale e con esso, lo sviluppo del percorso genitoriale. Le madri non vivono solo l’esperienza del lutto ma anche una profonda ferita esistenziale, infatti, vivono pensieri di incapacità a generare una vita e di incuria nell’essere state in grado di proteggere il proprio bambino. Sperimentando, così, vissuti depressivi e senso di colpa. La perdita di un bambino nascente è un’esperienza drammatica che interrompe in modo brusco il progetto, il processo di genitorialità e il legame di attaccamento in costruzione, comportando uno shock emotivo intenso e un profondo e fisiologico vissuto di lutto.

Tale processo coinvolge la persona a più livelli: fisico, emotivo, cognitivo e sociale. A livello fisico, possono manifestarsi disturbi del sonno come insonnia, risvegli notturni, incubi, disturbi dell’alimentazione, nausea, vomito. A livello emotivo, si possono vivere senso di vuoto, incredulità, tristezza, depressione, rabbia, solitudine, impotenza, paura. A livello cognitivo, si possono presentare cambiamenti del flusso del pensiero (i pensieri possono rallentare o accelerare, diventare intrusivi e ossessivi) sino a portare ad una perdita di lucidità, con conseguente confusione e disorientamento. A livello sociale, si assiste ad un cambiamento della vita relazionale, dove il senso di estraneità e la difficoltà di comunicazione, comporta isolamento o la ricerca di persone che hanno vissuto esperienze simili con le quali condividere il proprio dolore. L’effetto è l’impossibilità di andare avanti.

Solitamente il lutto richiede del tempo per essere elaborato, necessita di ascolto e contenimento e il suo superamento passa attraverso l’espressione e la condivisione del dolore fisico ed emotivo. Kubler-Ross, nel  libro, La morte e il morire, (1969),  teorizza cinque fasi attraverso le quali passerebbe obbligatoriamente un individuo a seguito di una perdita.

  1. fase della Negazione/Rifiuto, in questa fase la perdita è negata, la negazione del lutto rappresenta un naturale meccanismo di difesa;
  2. fase della Rabbia, la persona “guarda la realtà” e utilizza la rabbia come difesa per non affrontare la profonda tristezza;
  3. la fase del Patteggiamento, tenta di reagire all’impotenza, detta anche la fase del “negoziato”, dove la persona verifica ciò che è in grado di fare, cercando delle risposte o trovando soluzioni;
  4. la fase della Depressione, ci si arrende alla situazione razionalmente ed emotivamente;
  5. la fase della accettazione, caratterizzata dalla consapevolezza e dalla accettazione della perdita.

Per il superamento del lutto perinatale, è fondamentale riconoscersi come genitore cosa che può far sentire il bambino come una persona che è stata amata e investita di sentimenti e desiderio. Questo passaggio, che ognuno potrà fare come saprà e fin dove vorrà, è essenziale per potersi distaccare dal lutto e mantenere un rapporto emotivo anche rivolto al figlio che non c’è più.

Dott.ssa Merirosy Benevento

Psicoterapeuta approccio umanistico-bioenergetico

Psicologa perinatale

 

Bibliografia

Kubler-Ross E., (1969) La morte e il morire, Cittadella Editrice, Assisi, 2005.

Freud, S. (1976), Lutto e malinconia, in Opere, vol. 8, Bollati Boringhieri, Torino.

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