Modello psicoterapeutico umanistico integrato dell’Istituto di Psicoterapia Psicoumanitas

Il modello psicoterapeutico umanistico integrato dell’Istituto di Psicoterapia Psicoumanitas si svolge secondo le seguenti linee essenziali:

Scopo primario della Psicoterapia Umanistica integrata è l’armonizzazione e la realizzazione delle varie parti del Sè e quindi della personalità. L’obiettivo può essere raggiunto soltanto se il terapeuta è in grado di mettersi in una posizione di ascolto del paziente in un setting di ottimismo e di sicurezza. Il lavoro terapeutico segue il paziente tenendo conto delle sue esigenze e di quello che “porta in terapia” ovvero nel Qui ed Ora; ecco perchè è importante essere a conoscenza e integrare varie tecniche e approcci psicoterapeutici capaci di fare riemergere tutti i “sensi del Sè” che vanno riattivati nell’area della consapevolezza, del significato e del valore della persona nella sua completezza. Ciascuno di noi possiede una “natura intima” in parte specifica della persona in parte della specie, essa contiene i bisogni fondamentali, le emozioni, le capacità, le potenzialità, i talenti e tutto quanto caratterizza il Sè della persona. Questo nucleo spesso è molto debole perchè i condizionamenti culturali, l’educazione, il timore della disapprovazione lo soffocano e i contenuti di tale nucleo sono per lo più inconsci o rimossi. Dalla repressione di tali contenuti scaturisce “la malattia”. I disturbi possono essere dunque considerati come un blocco al naturale processo di autosviluppo e di autorealizzazione. Tale processo passa pertanto attraverso il prendere contatto di nuovo con la propria natura intima, l’accettazione del proprio Sè, dei propri bisogni e delle proprie aspirazioni e della loro espressione in modo da poter raggiungere il “pieno compimento” della nostra essenza naturale e spirituale.

Valorizzare il termine umanistico nella scienza psicologica significa rifiutare la riduzione dell’individuo umano a termini biologici e meccanicistici, promuovendo al contrario la visione dell’uomo come agente attivo e responsabile della sua vita. Le tecniche e le modalità utilizzate nella Psicoterapia Umanistica Integrata sono di conseguenza tutte finalizzate al raggiungimento dell’Autoconsapevolezza, della Libera Espressione e dell’Autorealizzazione della persona.

Fra queste possiamo menzionare:

Il lavoro sul corpo ispirato soprattutto dalle teorie e alle esperienze di Reich di Lowen. L’Analisi Bioenergetica cerca di comprendere la persona nella sua corporeità attraverso l’espressione corporea e i processi energetici connessi. Quindi è una psicoterapia a carattere analitico, centrata sul corpo, che ci propone l’unità funzionale ed energetica mente- soma, sottolineando che “non abbiamo un corpo” ma “siamo il nostro corpo”, espressione della nostra vitalità, del nostro passato, del nostro presente e delle nostra esperienza personale e interpersonale, delle nostre consapevolezze, dei nostri processi inconsci, dei nostri moti, e delle nostre emozioni. In particolare l’uomo è visto come unità, in cui la mente e il corpo sono interferenti sia nell’espansione che nella contrazione; pertanto si usano tecniche specifiche e sistematiche nel processo psicoterapeutico per risolvere i blocchi e le tensioni psichiche caratteristiche dei muscoli contratti soggetti a tensioni croniche, intervenendo tanto sul piano verbale quanto su quello corporeo, cercando di rafforzare il contatto con la terra/realtà del corpo (grounding), intensificando la vibrazione naturale del corpo e approfondendo la respirazione, sviluppando una coscienza psicologica, ampliando le possibilità espressive di movimento e di fluidità comunicativa. L’analisi bioenergetica è un metodo che combina terapia corporea e psicoterapia verbale. Il concetto di integrazione è basato sul fatto che mente e corpo formano un’unità. Noi siamo i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre sensazioni, i nostri impulsi ed le nostre azioni.

L’Analisi Bioenergetica elaborata da Alexander Lowen, insieme al suo collega John Pierrakos, fino dagli anni ‘50 è un’ estensione ed elaborazione della teoria freudiana legata al concetto di “libido”, concetto successivamente approfondito da W. Reich, allievo di Freud. Il principio su cui si fonda la teoria reichiana è quello dell’unità funzionale del soma e della psiche, da cui discende l’identità funzionale di tensione muscolare e blocco emozionale, inteso come campo di forze rintracciabili nelle pulsioni e nella loro inibizione. Con Reich viene a comporsi la dicotomia psiche- soma presente nel campo psicoanalitico e l’attenzione terapeutica viene orientata sul corpo quale campo di energie vegetative psichicamente messe in movimento. Uno dei principi della teoria reichiana è l’aver correlato l’inibizione della reattività emotiva con la limitazione della respirazione e l’aver evidenziato come le variazioni nell’assunzione di ossigeno influiscano sui processi metabolici dell’organismo, variandone il livello energetico e la naturale motilità. Il processo respiratorio infatti avviene con movimenti inspiratori ed espiratori che, coinvolgendo il corpo nella sua totalità, ne esprimono a livello fisico il processo emozionale. Di conseguenza le tensioni muscolari croniche dei vari distretti corporei, limitando il flusso respiratorio, producono la frammentazione dell’organismo sia a livello fisico che psichico. Da qui la focalizzazione dell’intervento terapeutico sul corpo inteso come campo di energie vegetative, espressione del mondo psico-emozionale dell’individuo. L’Analisi del Carattere elaborata da W. Reich è strumento essenziale di intervento terapeutico attraverso una tecnica che prende il nome di Vegetoterapia. Essa tende a ristabilire il flusso dell’energia bloccata nell’organismo dalle rigidità difensive caratteriali iscritte nelle tensioni muscolari croniche durante il processo fisiologico della rimozione. L’approccio terapeutico è orientato a ristabilire la funzione genitale intesa come espressione di un processo energetico più ampio che coinvolge tutto l’organismo secondo il principio della “eccitazione-carica-scarica- distensione”, attuando il quale si ristabilisce l’equilibrio della personalità.

All’epoca di Freud le persone soffrivano di un gran numero di malattie per le quali la scienza non aveva rimedi: paralisi, cecità, attacchi epilettici, perdita della memoria e perdita di sensibilità in varie parti del corpo. Freud scoprì che tali sintomi altro non erano che l’espressione corporea di esperienze infantili di dolore e di paura, che la mente aveva rimosso. Aiutando questi pazienti a ricordare e rivivere tali esperienze negative, Freud riuscì a curare i loro sintomi corporei e chiamò questo metodo psicoanalisi. Una volta che il paziente era diventato consapevole di quello che gli era accaduto da bambino, non aveva più bisogno di esprimere questi ricordi mediante sintomi corporei. Per far emergere tali ricordi dalla loro repressione Freud utilizzava i sogni dei pazienti, gli errori verbali (lapsus), le associazioni libere, il transfert. Wilhelm Reich, vissuto dal 1897 al 1957, fu allievo di Freud. Mentre Freud poneva attenzione alla produzione verbale dei pazienti, Reich introdusse nella psicoanalisi l’osservazione del corpo, come l’espressione degli occhi e del viso, la qualità della voce e i vari tipi di tensioni muscolari. Descrisse per primo quello che noi oggi chiamiamo linguaggio del corpo. Nello stesso modo in cui Freud notò una spaccatura fra memoria conscia ed inconscia, Reich notò una scissione fra le varie espressioni del corpo. Per esempio, una persona può ridere ma non essere consapevole che l’espressione del suo viso è triste. Può dire parole gentili, ma non rendersi conto che i suoi occhi sono pieni di risentimento o che la sua bocca ha una espressione negativa. Reich sperimentò come rilassare i muscoli cronicamente tesi mediante la pressione diretta su di loro e scoprì che funzionava. In questo modo il paziente poteva entrare in contatto con emozioni forti e a lungo dimenticate e con ricordi dolorosi. L’unità di mente, corpo ed emozioni diveniva più chiaro. Reich aveva osservato che i blocchi psichici si riflettevano costantemente sul corpo e che quindi ogni blocco nel corpo era causato da un preciso problema psichico. Reich riconobbe che ogni blocco si manifesta con una contemporanea sospensione o limitazione della respirazione dovuta ad una contrazione dei muscoli che a sua volta dipende da un’azione inibitoria o contrazione del sistema nervoso originata da un’inibizione psicoemotiva. Reich provò che era possibile sciogliere un blocco aumentando il flusso respiratorio dell’energia bloccata; attraverso una attenta riapertura della respirazione e/o del movimento muscolare l’area del corpo bloccata si sbloccava e riemergeva la causa psichica originante. Oppure andando a sciogliere il blocco sul piano psicoemotivo intervenendo sul preciso evento causante, e provocando così lo scioglimento del nodo emozionale e delle aree del corpo da esso bloccate. Questo sblocco psicosomatico spesso dava origine ad una “catarsi”, ossia un evento intenso liberatorio di emozioni represse e antiche, rabbie, paure, pianto inibito, ferite interiori. Da Reich in poi si sono sviluppate moltissime scuole terapeutiche come l’Analisi Bioenergetica, la Gestalt, i gruppi di Encounter, la Primal Therapy, il Rebirthing, e molti altri che operano per aiutare il processo di liberazione dai condizionamenti sociofamiliari in modi e in ambiti specifici.

Alexander Lowen, (1910-2008) paziente ed allievo di Reich, coniò per essa il termine di “Analisi bioenergetica”,  allargò gli scopi dell’attività sul corpo ed introdusse il lavoro bioenergetico. Anziché limitarsi alla sola pressione e manipolazione delle tensioni muscolari croniche, egli fece uso di alcune posizioni di stress che potevano aiutare queste tensioni a rilasciarsi. La prova evidente di questo ammorbidimento delle tensioni era l’insorgere, nei muscoli, di una fine vibrazione. Lowen poté quindi osservare come i blocchi muscolari impedivano il libero scorrere dell’energia. Per esempio, un diaframma cronicamente contratto, come una strettoia, interrompeva l’onda respiratoria, provocando una respirazione superficiale. Come risultato diminuiva l’apporto di ossigeno ed il livello energetico calava. Questo modo superficiale di respirare è uno dei sistemi da noi utilizzato per controllare le emozioni. Per aiutare i pazienti a respirare meglio Lowen inventò il cavalletto bioenergetico. È di grande importanza la sua osservazione che una persona il cui flusso energetico è bloccato, ha perso una parte della sua vitalità e della sua personalità.

Il radicamento (grounding), altro concetto introdotto da Lowen, descrive il contatto energetico con la realtà. Allo scopo di avere un buon contatto energetico, è indispensabile che l’energia scorra liberamente verso quelle parti del corpo che sono a contatto diretto con il mondo esterno: organi di senso, braccia e mani, gambe e piedi, pelle e organi sessuali. Guardiamo un bambino quando piange, quando è arrabbiato o felice, oppure quando vuole qualcosa. Tutto il corpo partecipa in modo armonioso. Di una persona ben radicata si dice che “ha i piedi per terra”. Questa persona sente la connessione fra i suoi piedi ed il terreno sul quale appoggiano. Appena cominciamo a crescere, di solito facciamo esperienza di come la libera espressione delle nostre emozioni si scontra con il rifiuto, la disapprovazione, l’umiliazione, la punizione. Impariamo presto, perciò, a controllare le nostre emozioni, e questo ha delle conseguenze. Blocchiamo permanentemente i muscoli coinvolti in queste espressioni medianti tensioni croniche, che sono inconsce. Allentare questi blocchi non è mai facile. Attraverso il lavoro con il corpo possiamo ammorbidire le tensioni. Il metodo operativo su cui si basa l’Analisi Bioenergetica comprende una serie di tecniche utilizzabili nella psicoterapia, tali da consentire un approccio non solo sistematico e coerente, ma anche più profondo e completo, per la persona e i suoi problemi.

Lowen elabora un sistema d’analisi delle diverse tipologie caratteriali dalle strutture corporee, dai tratti psicologici degli atteggiamenti difensivi e dai diversi processi energetici che si sono formati come reazione all’ambiente. Non esiste un tipo caratteriale puro, se non ad un livello palesemente patologico, ma in ogni individuo i tratti possono combinarsi in vario modo. Gli interventi in Analisi Bioenergetica sono infatti definibili come interventi complessi, nel senso che prevedono l’analisi del profondo secondo un approccio che procede partendo sia dal versante psichico, sia da quello corporeo; i temi emergenti, infatti, vengono affrontati ed evocati utilizzando sia il canale che, partendo dal piano mentale ed affettivo, conduce al coinvolgimento corporeo, sia il canale opposto: ovvero quello che partendo dalla respirazione, dal movimento e dall’espressione corporea permette l’emergere di vissuti emotivi inconsci consentendone quindi anche il recupero e l’elaborazione a livello mentale ed affettivo. In entrambi i casi, comunque, il processo regressivo e il successivo processo di consapevolizzazione, vengono fortemente stimolati e favoriti proprio dal coinvolgimento unitario dell’organismo, ovvero a livello sia psichico che somatico. Rispetto alla metodologia dell’intervento bisogna sottolineare che l’obiettivo primario è quello di ristabilire il libero movimento dell’energia del corpo, intervenendo in modo mirato sui blocchi emozionali/ energetici presenti nel paziente e riscontrabili a tre livelli: psichico, emozionale e fisico. A livello psichico, infatti, l’Io funge da mediatore tra il mondo interno e quello esterno, fra se stessi e gli altri: in questa mediazione è proprio l’Io che controlla l’immagine di sè da offrire al mondo esterno, e quali sentimenti e impulsi possono essere espressi. L’interazione tra l’Io e il corpo si attua in un processo dialettico, in cui l’Io plasma il corpo attraverso il controllo che esercita sulla muscolatura volontaria. Come già accennato, quando l’espressione di un sentimento non è accettata nel mondo del bambino questo è costretto ad inibire l’emozione mediante, ad esempio, la contrazione dei muscoli atti all’espressione dell’emozione stessa. Quando tale inibizione è lungamente protratta nel tempo l’Io abbandona il controllo sull’azione proibita e ritira l’energia dall’impulso. Il controllo dell’impulso diventa allora inconscio e il muscolo rimane in questo caso contratto. In tali casi l’intervento psicoterapeutico mira proprio a risolvere tale tematica inconscia, a livello sia psichico che corporeo: questa complessa combinazione di lavoro sul corpo e psicoanalitico costituisce l’essenza dell’Analisi Bioenergetica. Alexander Lowen, allievo di Reich e fondatore dell’Analisi Bioenergetica, quindi approfondisce e rielabora l’Analisi del Carattere e le tecniche vegetoterapiche di Reich. Con l’opera “Il linguaggio del corpo” getta le basi in uno studio approfondito delle varie strutture caratteriali in relazione al processo energetico che sottende ad ognuna di esse. L’approccio clinico si fonda sull’elaborazione e trasformazione dei processi dinamici che sono alla base della strutturazione del carattere, integrando l’approccio analitico con quello corporeo, per liberare l’energia delle tensioni muscolari croniche, ivi trattenuta. Il suo intervento è riconducibile ad una diversa considerazione del “principio del piacere” e del “principio di realtà” terapeuticamente risolvibile attraverso l’Analisi Bioenergetica secondo la tecnica del grounding o radicamento nella realtà, condizione prioritaria e basilare “per ristabilire il rapporto tra energia e personalità”. A. Lowen rivede il principio reichiano della potenza orgastica intesa come criterio della salute emozionale dell’individuo. Il processo orgasmico implica per Lowen il superamento non solo dei blocchi che inibiscono la funzione genitale, ma il ristabilirsi di un processo energetico che coinvolge tutto l’organismo, restituendogli la capacità di sentire piacere e sperimentare la gioia di vivere attraverso un processo di integrazione che avviene fra la realtà interna (pulsioni) e quella esterna (ambiente). Nell’Analisi Bioenergetica risultano pertanto fusi e sviluppati secondo un concetto di “terapia attiva”, sia il presupposto freudiano, dinamicamente inteso, sulla teoria delle nevrosi, che l’apporto reichiano di mente e corpo quali espressioni indissolubili di una stessa realtà psichica. Il “linguaggio del corpo” diviene veicolo fondamentale dell’esperienza psicoterapeutica secondo una visione olistica della persona considerata nella sua unicità.

L’efficacia del trattamento bioenergetico.

La letteratura inerente agli studi di efficacia del trattamento ad orientamento bioenergetico è alquanto ricca e variegata negli aspetti e nelle prospettive trattate. Tentando di tracciare le linee storiche dalle quali il movimento bioenergetico ha preso piede nella sua strutturata complessità, nel 1972 Palmer pubblica un articolo dove viene descritta la desensibilizzazione alla paura dell’aggressione inibita attraverso l’uso di tecniche bioenergetiche assertive. La bioenergetica e la relata importanza dell’ascolto del proprio corpo, trovano una propria caratterizzazione in Brown (1973) il quale descrive la psicopatologia come derivante dall’irrigidirsi di comportamenti ed esperienze biologicamente e organismicamente radicate. L’approccio bioenergetico inizia a mostrare la propria efficacia già dalla fine degli anni ’70; in particolare, nel campo dell’alcolismo gli studi di Moran (Moran et al., 1978) evidenziano che la System Relasing Action Therapy (SRAT), tecnica che fonda le radici nella bioenergetica e nelle tradizioni gestaltiche, porta a miglioramenti significativi oltre che nel bere eccessivo anche nella misura della pressione arteriosa, nella sintomatologia di tipo fisico ed ansiosa e nella percezione dell’autoimmagine. Oltre a varie ricerche che dimostrano un’evidente efficacia delle tecniche ad orientamento bioenergetico, di seguito descritte, è stata dimostrata negli ultimi anni la stabilità dei risultati ottenuti, particolarmente in riferimento a problemi psicosomatici (Müller-Braunschweig, 1998), interpersonali in generale, fisici e alla possibilità di incrementare stabilmente l’insight di tipo cognitivo (Ventling, Gerhard, 2000). Prendendo spunto direttamente da quanto teorizzato da Lowen, Rakowska (1983) evidenzia che tale metodo neo-reichiano è quello ad ampio spettro più utilizzato nel trattamento della depressione; tale aspetto viene confermato dall’Autore in maniera sperimentale comparando il metodo con altre psicoterapie in uno studio su studentesse di medicina ventottenni con diagnosi di depressione (Ibidem). L’efficacia dell’analisi bioenergetica nel trattamento di un ampio spettro di disturbi psicosomatici e nevrotici in generale emerge dallo studio di Gudat (1997). Nel campo dei disturbi di personalità, Baum (1997) evidenzia la possibilità di utilizzare la bioenergetica come approccio da rivolgere ai disturbi di personalità borderline, tecnica, secondo l’Autore, in grado di sviluppare nel paziente l’abilità di capire la realtà in maniera più approfondita. Oltre a vari studi dell’efficacia nell’utilizzo in terapie di gruppo (ad es. Bloom, 1977), l’approccio bioenergetico trova un proprio spazio di espressione nel trattamento di casi di masochismo (Selicoff, 1985) dove emerge in particolare la relazione tra processi mentali e processi fisiologici muscolari. Dallo studio della letteratura a riguardo, emerge altresì l’utilizzo della bioenergetica come approccio di counseling mente-corpo alternativo alla riabilitazione di varie disabilità (Coven, 1985). L’approccio bioenergetico risulta essere efficace anche per quanto riguarda le psicoterapie in campo adolescenziale, in particolare nel trattamento di traumi precoci derivati da separazioni o da abusi sessuali e fisici (Ventling, 2001). Una particolare nota deve essere dedicata agli studi compiuti su territorio italiano applicando l’analisi bioenergetica per affrontare elementi psicosomatici collegati alla paura nella pratica sportiva. Sempre nel campo della psicologia dello sport e di approcci bioenergetici, Polani (1987) studia le correlazioni tra immagine corporea e livello di ansia nei tuffatori; i risultati mostrano per quanto riguarda i livelli di ansia miglioramenti statisticamente significativi ottenuti dall’applicazione di training autogeno ed altre tecniche bioenergetiche. Infine, è sempre di origine italiana uno studio che propone un’interpretazione dell’abuso di sostanze negli atleti come bisogno narcisistico di trasformare l’immagine mentale e fisica nell’immagine dell’atleta percepita dal mondo (Traetta, 1989); in tale ottica, i processi bioenergetici vengono considerati quali elementi per la scoperta del “sé segreto”, per sviluppare un’immagine positiva di sé e da sostituirsi all’abuso di droghe.

Le tecniche di drammatizzazione ispirate soprattutto da Jacob Moreno. Nello psicodramma moreniano si rappresenta la vita, il protagonista deve partecipare attivamente, sulla scena terapeutica, nello strutturare le percezioni della sua realtà. L’obiettivo della terapia è una catarsi emozionale ed una soluzione dei conflitti attraverso la partecipazione, l’esame attivo dei problemi, la sperimentazione piuttosto che la discussione o il giudizio.

L’intelligenza Emotiva un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. L’intelligenza emotiva è stata trattata la prima volta nel 1990 da Peter Salovey e John D. Mayer quindi in seguito da Daniel Goleman e Joshua Freedman.  Allieva di quest’ultimo Rosella Sonnino la propone a livello didattico, insieme alla tecnica della Finestra Emozionale e del disegno della sagoma corporea.

Le meditazioni dinamiche ispirate da Osho e proposte nei gruppi d’incontro da Lo Iacono già dalla fine degli anni ’70.

La Mindfulness che significa consapevolezza e attenzione nel qui ed ora, deriva dagli insegnamenti del Buddismo (Vipassanā), dello Zen, e dalle pratiche di meditazione Yoga, ma solo dagli anni settanta negli Stati Uniti per opera di un medico del Massachusetts, Kabat-Zinn, questo modello è stato assimilato ed utilizzato come paradigma autonomo in alcune discipline mediche e psicoterapeutiche italiane, europee e d’oltre oceano. Luca Napoli specializzato in questa tecnica, la propone didatticamente usando anche spezzoni di film per lavorare su vari casi clinici (Cinematerapia)

I Gruppi d’Incontro, ispirati da Lewin negli anni ‘50, ripresi da Rogers e diffusi William Schutz (anni ‘60). Alcune norme proposte nei gruppi sono: vivere nel presente, esprimersi più fisicamente che verbalmente, parlare di sè direttamente verso l’interlocutore al quale ci si rivolge, non generalizzare, assumersi la responsabilità di sè stessi e delle proprie scelte.

Le “maratone”. Una tipologia particolare di gruppo d’Incontro di cui il nostro approccio e la nostra Scuola si fanno promotori è “la maratona”; un gruppo d’incontro che si protrae per più giorni consecutivi (solitamente un week-end dal venerdì alla domenica). Esse hanno come particolarità l’apparente assenza di un percorso, di una guida. Questa modalità segue la pratica del “Drammautogeno”, termine coniato da Antonio Lo Iacono (1980) che vuol dire azione che si genera spontaneamente, e che considera la psicoterapia individuale e di gruppo  come un’arte, soprattutto scultorea, in cui cioè si aiuta a “togliere” quelle parti che sono ridondanti, piuttosto che aggiungerne altre, al fine di ripristinare il libero e naturale scorrere dell’energia individuale e di gruppo. Le regole (anzi le controregole paradossali) proposte da Lo Iacono per partecipare alla maratona sono: cercare di fare tutto quello che è temuto, avere il coraggio di sentire la paura, rispettare se stessi e gli altri, non mettere ostacoli nella comunicazione, concentrarsi per fare una cosa per volta, parlare per sè, cercare di esprimere tutto quello che si sente, lasciare morire le storie vecchie che mortificano, vivere il qui ed ora con tutto il cuore, imparare a dire addio entrando da padrone nel proprio futuro.

Le tecniche psicoanimatorie sono tecniche creative (scrittura, pittura, fotografia, musica…) finalizzate all’espressione e alla scoperta delle proprie potenzialità e della propria capacità di essere parte attiva nel proprio processo di crescita, di cambiamento e di autorealizzazione. Queste tecniche, teorizzate e divulgate da Maria Rita Parsi si basano su un metodo sintetizzabile in 5 fasi essenziali: Fase del radicamento: in cui si effettua una ricerca dei dati intorno a se stesso, al proprio ambiente familiare e sociale, della realtà infantile ed attuale. Fase della decodifica: prevede una riflessione intorno ai dati raccolti, è una fase analitica di decodificazione. Fase dell’elaborazione creativa: è il momento in cui, attraverso la creatività si propongono nuovi modi di elaborare i dati in precedenza raccolti e proporre soluzioni mai sperimentate prima. Fase del nuovo progetto: si elabora un progetto, ovvero si trasforma in un progetto realizzabile la nuova soluzione messa a punto nella fase precedente. Fase del feed-back: consiste in una verifica di quanto creato, attraverso un confronto con gli altri e con l’ambiente esterno sull’esperienza fatta, da questo punto possono scaturire nuove suggestioni in grado di far ripartire nuovamente il processo di attività psicoanimatoria.